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Man Of The Week: Vitor Hugo, per Davide, per noi, per TUTTI




C’è un pallone che rotola, accende cuori regala sogni, emoziona. Basta poco. Unisce tutti, toglie problemi e allegerisce per poche ore a settimana la nostra pesante e affollata quotidianità. Poi c’è la vita, che scorre inesorabile, che non ha simpatie che non guarda in faccia nessuno, che decide per noi purtroppo. E c’è un pallone che rotola dentro le nostre vite, che fa parte di noi che detta i nostri umori come un ascensore emotivo dei nostri giorni. Per quelli come noi il calcio è elemento vitale, ci siamo nati con la sfera nel cuore, ci siamo cresciuti con le porte fatte di zaini, e siamo diventati grandi con le lacrime di Alex e Francesco. E poi però ci sono partite che non vorresti mai guardare, raccontare, sentire. Quel pallone si sgonfia, si ferma, finisce tutto. L’arbitro fischia, per sempre prima ancora di scendere in campo. Ciao Davide. Se ne va a modo suo, in silenzio, senza copertine o lamentele no, non era nel suo stile. Un Capitano vero, un uomo ancora di più, un padre soprattutto. È punto di non ritorno, insieme al cuore del nostro Capitano Astori, si ferma anche il nostro per qualche secondo. Serve un respiro pesante, lungo, anche se non basta. È la pagina più triste e nera del calcio italiano, scatta l’abbraccio collettivo. Un unica tinta viola si diffonde a macchia d’olio nei prati e nell’animo di tifosi, allenatori, giocatori, dirigenti, giornalisti. È un silenzio che fa male, è difficile commentarlo, possiamo solo limitarci al rispetto di compagni e di una famiglia in ginocchio. È la vita che va avanti, te lo impone il destino devi continuare il tuo cammino anche se la strada brucia oggi più che mai, anche il pallone torna a scorrere veloce, quasi bastardo ma terribilmente bello da non poterlo lasciare solo. Succede che a distanza di una settimana si torna sui campi. La domenica si apre da dove si era fermato il mondo. A Firenze ci sono tutti, impossibile mancare ci vogliono essere tutti, ci devono esssere tutti. È un susseguirsi di stati d’animo surreali, i brividi salgono veloci sulla pelle. Quella domenica è difficile parlare di calcio, si scusate, anche io ne sto parlando poco ma ancora oggi è dura. Il rispetto mi impone determinate scelte, il calcio a volte si può anche fermare, la vita quella, almeno a 31 anni nel pieno della tua carriera, bhè quella no. Adesso il campo. È un climax, il minuto di silenzio, sono lacrime e abbracci, di sogni proibiti di sogni realizzati ma mai proseguiti. Poi la coreografia, il minuto 13 sono spinte ultraterrene quasi, emozioni che chi vi scrive raramente aveva provato in un campo di calcio, e infine la partita, si gioca. La viola gioca con rabbia, gambe pesanti e occhi lucidi, difficile parlare di tattica o di tecnica si gioca per orgoglio e per qualcosa più grande di noi anzi di loro. Simeone ci prova per il suo capitano, ma il rammarico dei gol falliti è poca roba rispetto ad altro. Ci si ferma al minuto 13, quando le lancette toccano pancia e petto, e si diventa piccoli piccoli. Nessuno vorrebbe riprendere, nemmeno gli avversari, è una pausa dovuta, necesseria, voluta. Tutti aspettano un gol, che arriva, oggi non può non arrivare. È il minuto 25, il corner è quello giusto, la testa c’è la mette il destino, che chiama e Vitor Hugo risponde, con il 31 sulle spalle, che vola in cielo quasi a prendere il suo capitano e riportarlo con noi. Lo ha mandato Astori in campo, ci piace pensarla così, il suo sostituto con tutte quelle straordinarie coincidenze sul numero 13. È numero primo, numero magico che resterà per sempre, idealmente sulla nostra schiena e sulla schiena del difensore brasiliano, invertito si, ma conta poco. L’esultanza è rispettosa, com’era Davide in campo, leggera, elegante. È un abbraccio collettivo, 11 cuori viola stretti in campo, ma molti di più in tribuna o sui divani. Poi la dedica, bella, straziante, commovente. La mano che va alla fronte, schiena dritta e “agli ordini Capitano”, con la maglia di Astori sventolante. Un gesto semplice, che basta, allegerisce ma non troppo. Non succede più niente, non sarebbe corretto. Finisce tra applausi e lacrime la partita più brutta della storia della Fiorentina, forse del nostro calcio, con un sapore speciale, quasi mistico. A renderla tale, la testa del suo sostituto, di chi nel suo nome ha ricominciato a far rotolare quel pallone, che una domenica fa, in quella maledetta stanza d’albergo si era tristemente sgonfiato. Lo ha fatto per lui, per Davide, per noi, per Tutti.



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